Ti racconto com’è stata la mia alba a Preikestolen, conosciuto anche come Pulpit Rock, uno sperone di roccia 604 metri a picco sullo splendido Lysefjord.

La parte più difficile: svegliarsi alle 2 di notte
La sveglia continua a suonare da cinque minuti ormai. Mi tiro il piumone fin sopra la testa, l’idea di uscire fuori, al gelo, mi fa venire ancora più sonno.
Ci vado dopo, chissene frega.
Ma dopo sarà pieno di gente. E poi devi alzarti per forza per spegnere la sveglia.
Non ce la faccio, voglio dormire.
Guarda che dopo ti penti.
E va bene, caxxo.
Mi tiro su. Scendo le scalette del letto a castello e raggiungo l’altro sul fondo del camper. L’ho posizionato apposta laggiù, così da non sabotare la missione: vedere l’alba a Preikestolen, dal Pulpit Rock, uno strapiombo a 600 metri sul fiordo di Lysebotn.
Il motivo per cui mi sono messa in viaggio. Avevo visto un video su Facebook di un tizio che cammina sullo sperone mentre il sole sorge dietro le montagne.
Bevo il caffè, metto il cappotto e la torcia elettrica sul cappello. Prendo lo zaino e apro la porta.
L’aria fredda è uno schiaffo che mi sveglia definitivamente. Alzo lo sguardo al cielo pieno di stelle. Silenzio di pace. Muovo i primi passi dal parcheggio e in un quarto d’ora arrivo al cartello con le indicazioni. Quattro chilometri a Preikestolen. Tempo stimato due ore.
Il fascio della frontale illumina appena un metro di passerella. Tutto il resto è nero. Il sentiero di legno s’inerpica su per una salita. Il sonno è passato. Immagino se fossi partita dopo, con la folla e la fila sullo sperone per una foto.
Un rumore di bacchette mi fa sussultare. Un ragazzo e una ragazza mi salutano in inglese e mi superano. Forse sono tedeschi, pronuncia dura. Zaini fuori misura per una camminata di un paio d’ore.
Guardo il cartello successivo. Ho fatto poco più di un chilometro. Mi sembra di camminare da una vita.

Il momento critico
Al buio non ho il paesaggio a distrarmi, s’insinuano solo le paure. Ho dimenticato i guanti, le mani non le sento più. Le infilo nel giaccone, le apro e le chiudo a pugno. Le dita fanno male ma formicolano. Buon segno.
Mi fermo a riprendere fiato e quando mi volto una striscia di cielo passa dal blu elettrico all’arancio. Intravedo un boschetto.
Il cartello dice quaranta minuti. Ancora.
Un passo dopo l’altro la salita si fa più ripida, la passerella lascia il posto alla roccia. Finisce anche il boschetto. Ora cammino in un paesaggio brullo, lunare. Freddo. Il cielo si schiarisce di un arancio tenue. L’ultimo strappo nasconde lo sperone. Solo un muro di roccia e sagome nere di sassi impilati come piccole torri. Sembrano persone immobili che mi aspettano.
L’arrivo al Pulpit Rock
Supero l’ultima lastra di roccia. Per un istante vedo solo cielo. Poi il mondo si apre.
Il fiordo serpeggia tra le montagne. All’orizzonte il cielo è ormai arancione. Mi volto a destra e lo vedo.
Sullo sperone una decina di persone. Un uomo cammina lento fino alla punta. Mi si stringe lo stomaco. Sembra che sia a filo del precipizio. Scatta una foto. Altri siedono e fanno colazione addossati alle parete. Mi avvicino, le mani paralizzate, il cuore che corre. Intravedo il bordo e il vuoto di sotto. Il corpo si tira indietro.
Mi sdraio sulla roccia gelida e ruvida e poggio le dita sul bordo per sporgermi giù. Guardo in basso, mamma mia quanto è alto, le rocce di sotto sembrano dei sassolini. Non muovo un muscolo. Fisso l’acqua di un blu cobalto, denso. Immobile. Laggiù il sole fa capolino oltre le montagne che si susseguono senza soluzione di continuità.
Mi lacrimano gli occhi dal freddo. Ma non solo.
Lo vedi che hai fatto bene?
Pensa se spegnevi la sveglia. Ti saresti persa tutto questo.
Mi allontano dal bordo e raggiungo la parete. Poggio la schiena, mi friziono le mani per riattivare le dita. A fatica apro la scatola di biscotti.
Non ho fame, ma serve energia per il rientro.
Addento un morso e intanto i primi raggi di sole sul viso. Non scaldano, ma non m’importa più. Come non m’importa più del sonno. Della fatica.
Pochi mesi fa guardavo quell’uomo da uno schermo.
Ora sono qui.
Mastico piano e seguo la lenta ascesa del sole e mentre tutto si fa oro, ringrazio quella me che mi ha fatto mettere la sveglia in fondo al camper.
Buongiorno Norvegia.



Cosa mi ha lasciato questa esperienza
Da quel giorno, ogni volta che una sveglia suona troppo presto, penso a quell’alba sul Preikestolen.
E mi ricordo che, quasi sempre, la parte più difficile non è il sentiero.
È uscire dal letto.
Un abbraccio e alla prossima avventura.
Veronica
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