Del Kjeragbolten, il famoso masso sospeso a 1000 metri sul Lysefjord e incastrato in un crepaccio nella montagna di Kjerag, in Norvegia, ignoravo l’esistenza finché non mi è capitata una foto su Internet.

C’era un tizio in piedi sul masso tondeggiante. Sorrideva con le braccia alzate in segno di vittoria. Mi ero convinta così che si trattasse di un effetto ottico. Di sicuro la forma ovale dell’enorme pietra in realtà nascondeva un punto piatto dove poter mettere i piedi.

Non avevo ancora idea che quella convinzione mi sarebbe durata fino all’ultimo metro del sentiero.

Il trekking per arrivare al Kjeragbolten

Per arrivare al famoso masso c’è da fare un trekking bello impegnativo. Cinque chilometri (dieci tra andata e ritorno), 1000 metri di dislivello e tre montagne da superare.

Parto dal parcheggio di Kjerag A pochi metri dal parcheggio compaiono i cartelli con distanza e tempi di percorrenza. Li ritroverò più volte lungo tutto il percorso, sempre ben segnalato.

La prima salita è la più dura. Ripida e su roccia liscia. Mi aggrappo al filo della ferrata per non scivolare e aiutarmi nella lunga salita. Un passo dietro l’altro. Chi me l’ha fatto fare. Perché non riesco mai a rilassarmi e mi trovo queste sfacchinate da fare. 

Mi fermo. Riprendo fiato. Le gambe di piombo.  Alzo lo sguardo. Ancora salita. 

Mi volto indietro e gli occhi si riempiono di meraviglia. Un mare di montagne si rincorrono all’orizzonte sono così alta e laggiù Lysebotn sembra un modellino.

La lunga salita per la cima

Supero la prima salita. Dalla discesa percorro con lo sguardo il sentiero che poi risale sul fianco della montagna. Le persone in fila che si inerpicano per la seconda salita sembrano formiche.

Dopo tre ore di cammino, e l’ennesima salita, il paesaggio diventa lunare. Piccoli crateri di roccia e una landa piana, infinita. Poi finalmente il cartello che indica dieci minuti al Kjeragbolten.

Raggiungo l’estremità della landa che, senza protezioni, finisce a strapiombo sul fiordo. E lo vedo. Il masso tra le rocce. Mi sporgo leggermente e quando guardo giù mi tremano le gambe.

C’è un bel po’ di gente ferma davanti a me, fotografano a turno chi sale sul masso. 

Un padre da segno al figlio di salire. Non riesco a guardarlo. Se scivolasse e cadesse giù?

Distolgo lo sguardo. Mi si stringe lo stomaco. Penso ai miei figli. Non riuscirei mai a dirgli: “Vai.”

Mi sento male solo a pensarci. Deve essere per forza un effetto ottico.

Kjeragbolten

L’effetto ottico che non c’è

Dalla mia posizione non si può vedere. Aggiro la roccia e scopro una fila lunghissima di persone che aspetta di salire sul masso. Ma da dove sono non lo vedo, la roccia fa una curva e dietro c’è il masso. Da lì pochi metri e la piana squadrata finisce. Nessuna protezione. Se corri e ti lanci ti fai un salto nel vuoto di 1000 metri. 

Scruto i visi di chi torna. Qualcuno terrorizzato, altri sorridenti.

Arriva il mio turno. Svolto la curva e mi paralizzo.

Non è un effetto ottico. Con la mano inchiodata al gancio della ferrata mi sporgo. A destra il mio compagno è pronto per la foto. A sinistra, la parte dietro il masso, il vuoto di 1000 metri sul fiordo. 

Le gambe iniziano a tremarmi.

Provo a fermarle, ma più ci provo, più tremano.

Il cuore mi batte così forte che riesco quasi a sentirlo nelle orecchie. Non sento più nemmeno le persone dietro di me.

Il momento della foto

Per la foto devo poggiare il piede sul masso e con un saltino atterrare al centro dove c’è un minuscolo spazio piatto.

Saltino? 

Le gambe si bloccano. Il cuore mi schizza in gola. 

Non ce la faccio. Al diavolo la foto.

Mi spingo indietro con il piede che poggia sul masso. Appena tocco la terraferma mi accascio.

Le gambe cedono. Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di me che salto, le gambe che cedono, e il mio volo da lassù. Chiudo gli occhi, ma il cuore continua a battere all’impazzata. Mai provato una paura così forte. Per una foto non ne vale la pena.

Mi sposto sulla grande piattaforma di roccia. Pranzo con un panino. Davanti a me un altro sperone piatto e squadrato. A un certo punto il boccone mi va di traverso: un tizio corre e si butta nel vuoto.

Scatto in piedi e un attimo dopo lo vedo volare con la sua tuta alare. Respiro.

Dopo di lui vedo altre persone che a turno si lanciano e scopro così che è una base di lancio.

Finisco il panino sullo sperone contemplando quel panorama immenso, capace di togliere il fiato e di metterti davanti alle tue paure. 

Prima di tornare al camper per la stessa strada dell’andata, il mio compagno mi fa una foto sullo sperone. Secondo me è ancora più bella di quella che fanno tutti sul masso.

kjerag norvegia

Kjerag Norvegia: cosa ho scoperto oltre la paura

Ancora oggi quella è una delle mie fotografie preferite della Norvegia.

Perché ogni volta che la guardo mi ricorda una cosa: non tutte le vette si conquistano facendo un passo in più. A volte il coraggio è anche sapere quando fermarsi.

Viviamo in un’epoca in cui sembra che il valore di un’esperienza dipenda dalla foto che riporti a casa. Quel giorno ho capito che, per me, vale il contrario. La foto più bella è stata quella che mi sono concessa dopo aver ascoltato la paura, non dopo averla sfidata a tutti i costi.

A te è mai capitato in viaggio un momento che ti ha fatto tremare?

Un abbraccio. 

Veronica

Stai organizzando il trekking al Kjerag?

Se vuoi conoscere distanza, dislivello e tempi di percorrenza, trovi la guida completa nel mio articolo dedicato al trekking in Norvegia.

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