“Perché siete venuti a fare il Cammino?”

Quando Filippo me lo chiede, rimango in silenzio per qualche secondo. 

Ho incontrato Filippo due giorni dopo essere partita da Saint-Jean-Pied-de-Port. Camminava insieme ad Andrea, conosciuto sul sentiero. E poco dopo, durante una sosta alla fontanella, si è aggiunto anche Emanuele.

Sono stati loro a farmi notare una coincidenza che fino a quel momento non avevo colto. Eravamo in quattro, tre uomini e una donna, proprio come i protagonisti del film Il Cammino per Santiago, che non avevo mai visto.

Con loro ho affrontato anche la mia prima notte in ostello a Zubiri.

Quella sera, dopo cena, siamo seduti intorno a un tavolo quando Filippo ci fa la domanda:

“Perché siete venuti a fare il Cammino?”

Rispondiamo a turno.

Filippo è partito con l’idea di trovare lavoro come cuoco lungo il Cammino.

Andrea vuole dimenticare una ragazza.

Emanuele si è regalato una sorta di ritiro solitario prima di sposarsi.

Poi arriva il mio turno. E dopo qualche secondo di silenzio rispondo:

“Volevo staccare dalla mia vita.”

Allora non sapevo che quella risposta avrebbe assunto un significato completamente diverso quasi ottocento chilometri dopo.

pellegrino sul cammino di santiago

Perché fare il Cammino di Santiago?

Quella cena mi ha mostrato che non esiste una motivazione universale. Eravamo quattro persone con quattro motivazioni completamente diverse.

C’è chi parte per fede, chi per una sfida personale, chi dopo una separazione o durante un momento di cambiamento, chi vuole stare solo, chi cerca qualcosa che non sa nemmeno nominare.

Nel mio caso è stato un richiamo. Una voce dentro di me che insisteva a farmi partire nonostante non avessi mai camminato per più di un’ora consecutiva. Nonostante la paura di affrontare da sola un cammino tanto lungo e l’incertezza di portarlo a termine.

Quando ho comprato il biglietto per Saint-Jean-Pied-de-Port avevo solo un forte bisogno di allontanarmi da una vita che aveva preso una direzione diversa da quella che desideravo.

E la cosa più assurda era che quella vita, dieci anni prima, l’avevo sognata. Avevo sacrificato ogni singolo minuto per aprire la mia palestra. La gestivo, ci insegnavo come istruttrice. Ci lavoravo dalla mattina alla sera tra le pause per portare e riprendere i miei figli a scuola. 

Ogni sera tornavo a casa distrutta, talmente stanca che non riuscivo neanche ad ascoltare i miei figli. I fine settimana li passavo a dormire.

Una prigione che mi stava soffocando.

Quando sono partita ero vuota, scarica, schiacciata. Volevo solo ossigeno. 

Questo è stato l’inizio.

perche fare il cammino di santiago

Cosa succede davvero quando inizi a camminare

Passo dopo passo, aumentando la distanza dal mio mondo ordinario, la mente ha cominciato ad alleggerirsi. Era come se ogni chilometro togliesse un pensiero, un impegno, una preoccupazione. Dopo una decina di giorni, per la prima volta da non so quanto tempo, ho sentito di avere di nuovo spazio nella testa.

Ho ripreso a scrivere dopo anni e a leggere prima di addormentarmi. Ma soprattutto ho ricominciato ad accorgermi delle cose.

Da bambina prendevo la bicicletta e giravo senza meta nella pineta sotto casa. Mi piaceva esplorare il giardino condominiale alla ricerca di passaggi segreti e stradine che non avevo mai percorso. Mi fermavo davanti a un fungo, seguivo un profumo per capire da dove venisse. Ricordo ancora quello della menta che cresceva nel prato.

Poi tornavo a casa e scrivevo. Racconti, poesie, qualsiasi cosa mi fosse rimasta dentro da quelle piccole esplorazioni. Oppure leggevo storie e ne immaginavo altre.

Sul Cammino ho cominciato a fare di nuovo le stesse cose.

Mi fermavo per guardare un bocciolo su una vite, per sentire il profumo di un fiore, per capire dove portasse una stradina. Non avevo una ragione per farlo e, soprattutto, non avevo fretta di ripartire.

Ed è stato strano accorgermi che, sotto tutti gli strati che si erano accumulati negli anni, ero ancora quella bambina lì.

Quella che partiva senza sapere esattamente cosa avrebbe trovato. Quella che aveva bisogno di scoprire, osservare, leggere, scrivere.

Non era scomparsa. Semplicemente, da molto tempo non le lasciavo più spazio.

La vita si riduce all’essenziale

Sul Cammino le uniche “preoccupazioni” che ho sono: arrivare alla meta del giorno in tutta calma, mangiare e trovare un posto per dormire.

Le giornate iniziano senza sveglia, molto presto. Mi sciacquo il viso, lavo i denti e in silenzio, per non svegliare gli altri pellegrini nella camerata, mi carico lo zaino in spalla ed esco.

L’aria pura e pungente della mattina mi dà il buongiorno. Muovo i primi passi e il mal di piedi sparisce dopo qualche minuto. Nel silenzio che avvolge la campagna, il rumore dei sassolini sotto le scarpe mi tiene compagnia. A volte è il canto degli uccelli o il chicchirichì di qualche gallo tardivo.

Quando trovo un bel posto, mi fermo e lo guardo. Noto il cambiamento del paesaggio chilometro dopo chilometro, dai prati infiniti della Navarra ai vigneti con i primi boccioli in Rioja. Attraverso le desolate mesetas della Castilla y León per arrivare ai boschi di eucalipti della Galizia.

Di solito arrivo in ostello tra le due e le tre. Faccio la doccia, il bucato e poi mi metto a scrivere all’aperto le mie riflessioni sulla giornata. Una cena abbondante, un po’ di lettura e crollo in un sonno profondo e rigenerante.

L’indomani mi risveglio riposata e impaziente di rimettermi in cammino.

Il rumore e la fretta della vita normale sono ormai un lontano ricordo.

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Le piccole cose che sul Cammino diventano enormi

In cammino impari a non dare mai niente per scontato. Un gelato in un bar può essere motivo di felicità smisurata, così come avvistare, dopo una curva e trenta chilometri sulle gambe, le case del paese di fine tappa.

Il mio momento preferito è la doccia calda. Subito dopo viene il bucato. Scelgo sempre ostelli con il giardino perché adoro stendere i panni su quei fili e vederli ondeggiare al vento.

Poi mi siedo a un tavolinetto con il mio taccuino e qualcosa da mangiare, e scrivo della mia giornata. Sensazioni, riflessioni. Arrivando presto trovo quasi sempre gli ostelli vuoti e per qualche ora mi godo ancora il silenzio. Nell’aria, il profumo di sapone di Marsiglia del bucato.

Ogni tanto mi fermo e alzo lo sguardo, mi sembra di essere in un’altra vita. Il sole sulla faccia, il venticello tiepido e quel filo di panni stesi. Un vecchio albergue sperduto nella campagna che mi sembra il posto più bello del mondo.

Sono grata per lo shampoo che qualche pellegrino prima di me ha lasciato per gli altri. Per aver trovato un asciugacapelli dopo tre giorni, per la zuppa caldo dell’hospitalero. Per il filo.

Inezie invisibili nella vita di tutti i giorni che qui assumono un valore inestimabile.

Ogni piccola cosa in più è una conquista, una sorpresa. Un regalo.

Sul Cammino ho pianto di gioia per cose minuscole più volte di quanto mi fosse mai capitato nella vita.

E forse è questa una delle cose più difficili da spiegare a chi non lo ha mai percorso: non cambia quello che hai. Cambia il valore che gli dai.

Il Cammino di Santiago ti cambia davvero la vita?

Il Cammino di Santiago non ti cambia la vita, sei tu a cambiare.

Torni a casa e la tua vita è ancora lì.

I problemi che avevi lasciato non sono magicamente scomparsi.

Ma li affronti da una nuova prospettiva.

Quando sono tornata a casa la prima cosa che ho fatto è stata ridurre la mia presenza in palestra. Ho scelto di guadagnare meno soldi in cambio di tempo. 

Mi sono ritagliata lo spazio per coltivare le passioni che ho ritrovato in cammino. Ho scritto il mio primo libro, ho ripreso a leggere tutti i giorni, ho iniziato con l’escursionismo e i viaggi avventurosi.

Il cammino mi ha insegnato che non serve mollare tutto per essere felici. Mi ha insegnato a fare spazio.

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Vale la pena fare il Cammino di Santiago?

Se oggi tornassi a quella sera a Zubiri e Filippo mi facesse di nuovo la stessa domanda, non gli risponderei più che volevo staccare dalla mia vita.

Con il senno di poi credo che volessi scappare, almeno per un po’, da una vita in cui non riuscivo più a riconoscermi.

E invece, quasi ottocento chilometri dopo, è successa una cosa che allora non avrei saputo prevedere.

Sono partita per scappare. E lungo la strada mi sono ritrovata.

E tu, perché hai fatto il Cammino di Santiago o perché vorresti farlo?

Un abbraccio.

Veronica

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